martedì 25 aprile 2017

14 GIUGNO 1940:  LA  MARINA  FRANCESE  BOMBARDA  GENOVA  E  SAVONA

Leonello Oliveri
            Il 10 Giugno di 77 anni fa l'Italia dichiarava guerra alla Francia. A Mussolini servivano alcune centinaia di morti per sedersi, di lì a pochi mesi -così assicurava- al tavolo del vincitore. Come sia andata, è noto a tutti:  i morti furono alcune centinaia di migliaia, i mesi quasi 60 e Mussolini  finì come sappiamo.


La guerra per la popolazione civile cominciò bruscamente, in Liguria, a Savona e a Genova, alle 4,26 del 14 giugno, quando alcune esplosioni provenienti dai serbatoi combustibili di Vado Ligure, seguiti due minuti dopo da altri boati  provenienti dalle installazioni metallurgiche di Savona diedero la sveglia agli abitanti. Contemporaneamente altri scoppi si sentivano a levante, verso Genova. Erano le granate provenienti dalla flotta francese, che stata impunemente bombardando la Riviera Ligure.
La torpediniera Calatafimi
            Si trattava della 3a squadra navale francese, guidata dal Contramm. Duplat. Composta da 4 incrociatori da 10.000 tonn. (Algerie, Foch, Dupleix, Colbert, con 8 pezzi da 203) scortati da 11 caccia da 2700 tonn.e 4 sommergibili, era partita  dalla rada di Tolone alle 2110 del 13. Come obiettivi aveva le installazioni industriali di Vado Ligure, Savona e l'area industriale- portuale di Genova.
 La copertura aerea era assicurata da 9 bombardieri
La missione, ritorsione ad un'incursione aerea italiana su Tolone, aveva però anche motivazioni psicologiche.

            Giunta a 20 miglia a sud di Capo Vado alle ore 0348, la squadra francese di divide in due gruppi, con obiettivo rispettivamente Vado/Savona e Genova.

Alba di fuoco
Alle 0426 l'incrociatore Algerie inizia il fuoco da una distanza di circa  15000 m. sugli insediamenti industriali di Vado: i serbatoi combustibili, la Soc. Monteponi, colpita da 32 granate da 203, la soc. Carboni fossili, l'Agip. "Si scorgono, scriverà più tardi il cap. di vascello francese De Loynes nella sua relazione, fiammate e colonne di fumo che si innalzano dai serbatoi". Due minuti dopo il Foch apre il fuoco sull'Ilva di Savona: "il bersaglio scompare nel fumo delle esplosioni". Contemporaneamente i caccia si fanno sotto costa ed aprono il fuoco sui depositi della Petrolea e su altre officine di Savona.
Il grafico realizzato all’epoca dai VVFF di Savona
 con il punto di caduta della granate francesi nel comune di Vado
(da R. Aiolfi, N. De Marco, 
Bombe su Savona e provincia,
Sabatelli Editore, Savona 2004 )
La reazione italiana è pronta ma inefficace: la XIII flottiglia  MAS attacca i caccia francesi  al largo di Bergeggi, col lancio di 6 siluri:  l'incrociatore Foch manovra per evitare, i caccia reagiscono e i Mas si allontanano senza aver conseguito nessun risultato; il MAS  535 e il 534, colpiti da schegge di granata lamentano anzi alcuni feriti a bordo. Altrettanto inutile è l'intervento della batteria di Capo Vado.
Anche il treno armato n. 3, di stanza -se così si può dire -alla Galleria della Torretta  ad Albisola (l'area dove sorgeva il suo bunker di servizio è oggi occupata da un tratto della nuova passeggiata di Albisola Superiore) interviene con i suoi pezzi da 120/45 : 93 colpi, nessun risultato. Contro di lui sarebbero stati tirati, così  abbiamo letto, 60 colpi da 203 e 138 di calibro minore, anche questi senza esito
Alle 448 l'attacco su Savona cessa: In totale sono stati sparati da parte francese circa 400 colpi da 203 e altrettanti da 138, 300 da quella italiana. Le navi francesi si ritirano indisturbate.

A Genova: bombe dal mare mentre la Calatafimi va all'assalto
Intanto il 2° gruppo navale si dirige su Genova: dalle 426 alla 440 incrociatori e caccia francesi tirano sul porto e sugli stabilimenti dell'Ansaldo.

A questo punto l'imprevisto: dalla foschia sbuca all'improvviso una nave da guerra italiana, una piccola, vetusta torpediniera, la Calatafimi. La vecchia nave, 967 tonn., armata con  pezzi da 102, si trovava di scorta ad un posamine: vista la squadra francese, il comandante, della Calatafimi, tenente di Vascello Brignole, malgrado la sproporzione delle forze, non ha esitazioni e si lancia contro la squadra francese. Spara coi piccoli pezzi, lancia 2 siluri da 3000 metri, poi inverte la rotta .Una seconda coppia di siluri si inceppa  nei tubi di lancio.


L'attacco della Calatafimi
nella stampa dell'epoca
Anche le difese terrestri rispondono al fuoco: dal porto di Genova il pontone armato GM 194 con i suoi pezzi da 381 tira 3 colpi, poi deve sospendere il fuoco per il  vento che spinge il fumo delle caldaie nella coffa della direzione di tiro ([1]), il pontone 269 riesce a sparare 1 colpo da 190. Ma il fuoco più vigoroso è quello della batteria Mameli: 64 colpi da 152 da una distanza di  9000 m. Un proiettile colpisce il caccia francese Albatros, penetra nel locale caldaie di poppa dove esplode: 14 uomini sono gravemente ustionati e 12 moriranno ritornando a Tolone.
Nella batteria, invece, il pezzo n. 3 va fuori uso.
Alle 0448, in seguito ai danni sull'Albatros e ai colpi della Mameli che cadono sempre più vicini, anche il secondo gruppo francese si ritira riunendosi alle navi della prima divisione.
Nel frattempo i 9 velivoli francesi eseguono un'incursione su Vado e sul campo di aviazione di Novi Ligure, perdendo (ma non è chiaro se in quella incursione o in una del giorno successivo) un aereo i cui frammenti furono poi esposti a Savona
 Invece i 19 aerei italiani SM 79 decollati da Viterbo e di Pisa  non riescono neppure ad intercettare la flotta in rotta verso la Francia. Fra questi c'è anche quello di Ciano, che il giorno dopo annota melanconicamente sul suo Diario: "15 GIUGNO – Volo sino a Nizza per cercare le navi francesi che hanno bombardato Genova. Tempo pessimo, navigazione pericolosa. Rientro dopo due ore senza avere avvistato il nemico": fino a Nizza? Forse avrebbe dovuto spingersi fino a Tolone, sempre che volesse trovarle...

Un frammento di un aereo francese abbattuto nell'incursione  del 14
  (o in  quella del 16?) giugno ( da R.Aiolfi, N. De Marco, 
Bombe su Savona e provincia, Sabatelli, Sv. 2004)


Danni a Savona
Allontanatesi indisturbate le navi francesi, incomincia la conta dei danni e delle vittime. La guerra mostra subito quello che sarà il suo volto: in prima linea non solo i militari ma anche le città e i civili. A Savona i morti sono 6 e 22 i feriti. Morti e feriti, ma in numero minore, anche a Vado-Zinola. Contenuti, nel complesso, i danni materiali: oltre agli impianti industriali, risultano danneggiati  diversi edifici e abitazioni civili. L'ampia raccolta di fotografie pubblicata nel bel libro di R. Aiolfi, N. De Marco, Bombe su Savona e provincia, Sabatelli Editore, Savona 2004  illustra eloquentemente i danni subiti dalle strutture civili: l'albergo del Falco Reale, il Casello ferroviario di Zinola, il Municipio di Savona (dove andò fra l'altro distrutto l'affresco di Eso Peluzzi dedicato alle Camice Nere), case danneggiate in v. Grassi, corso Ricci, via Accorsero. Danni anche alla Stazione Letimbro, Caserma dei RR.CC., linea ferroviaria. Colpito pure il cimitero di Zinola: smettetela di uccidere i morti, scriverà più tardi un poeta.
L'affresco di Eso Peluzzi distrutto dalla cannonate
(da R. Aiolfi, N. De Marco, Bombe su Savona e provincia, citato)

Più limitate le perdite fra i civili a Genova.

Ma il bilancio più pesante, quello su cui si sarebbe dovuto riflettere, soprattutto da parte dei vertici militari, fu quello strategico. Di fronte al valore, al coraggio e anche alla capacità dimostrati dai militari  sul campo (Mas e Calatafimi all'assalto di nemici molto più forti, il treno armato che reagisce sotto il fuoco,  la batteria Mameli che inquadra e colpisce il caccia francese, uno dei 9 velivoli attaccanti abbattuto), la spedizione francese rese evidente la fragilità del nostro apparato militare: l'attacco delle motosiluranti (sei siluri) senza esito, due siluri della Calatafimi che - a quanto pare- si inceppano nei tubi di lancio, il pontone armato che non può sparare perché accecato dal suo fumo, un pezzo della Mameli che va in avaria.
 Soprattutto fu evidente l'incapacità dell'apparato militare a provvedere alla difesa delle nostre città e dei loro abitanti: una flotta nemica poteva arrivare inavvertita e praticamente indisturbata fino davanti a Genova e ritirarsi altrettanto indisturbata, con l'assoluta mancanza di ogni attività di ricognizione da parte della nostra aviazione,  le grandi unità della Marina del tutto assenti, i nostri aerei che non riescono ad intercettare le navi nel viaggio di ritorno. Era evidente che la nostra gente era stata buttata in una terribile avventura  con mezzi del tutto sproporzionati rispetto alle velleità e alla reazione che si sarebbe scatenata.
           
Incominciano le bugie: per la Stampa del 15/16 giugno '40
la formazione francese "è stata attaccata e volta in fuga
e un cacciatorpediniere affondato"
Se l'opinione pubblica poteva essere in qualche modo ingannata dalle notizie pubblicate sui giornali (che scrissero di un caccia  e un incrociatore ausiliario affondati, un altro caccia colpito, alcuni sommergibili colati a picco), la realtà era molto diversa e non poteva essere ignorata da chi doveva decidere. Già dal 14 giugno del '40 i vertici militari italiani, dal fatto che navi nemiche potessero arrivare inavvertite, bombardare la terza città industriale italiana ed allontanarsi indisturbate, avevano gli elementi (o potevano trovarli se li avessero cercati) per  capire come sarebbe andata a finire la guerra. 
Ma ci fu solo silenzio: lo stesso silenzio tenuto da gallonati vertici delle nostre FF.AA. durante tutti quegli anni mentre le roboanti fanfaronate della "politica" (per cosi' dire) ci stavano trascinando nel baratro: tutti "tenevano famiglia" e -ovviamente- col silenzio non si metteva a rischio la carriera e la poltrona.
Per trarre - solo parzialmente -  le conclusioni si dovrà aspettare fino al 25 luglio e poi,  nel peggiore dei modi, arriverà l’8 settembre del '43.  Ma anche dopo non pochi di quelli che sapevano (o dovevano sapere) quali fossero le nostre condizioni rimasero graniticamente ai loro posti..
Leonello Oliveri



Propr.  Lett.  Riserv.
Riproduz. vietata



[1] ) Il “Pontone Armato G.M. 194”, nacque come  “monitore Faà di Bruno” nel 1915 dal Regio Arsenale di Venezia. Si trattava di un pontone corazzato, una sorta di grossa chiatta dotata di motore e di mediocrissime capacità marinare, costruita per sorreggere due grossi cannoni da 381/40, realizzati per una corazzata poi non impostata. In pratica si trattava di una batteria galleggiante. Come armamento secondario disponeva anche di 4 cannoni da 76/40.
Durante la I Guerra Mondiale fu ancorato nel golfo  di Trieste da dove bombardò le posizioni austriache sul Carso (e anche obiettivi nella città di Trieste). Dopo la rotta di Caporetto fu ritirato prima  a Venezia poi ad Ancona.
Durante la II Guerra Mondiale fu rimorchiato a Genova dove fu utilizzato, coi risultati che abbiamo visto, come batteria antinave e antiaerea galleggiante.
Dopo l’8 settembre passò sotto controllo tedesco che gli cambiò il nome (diventa Biber) e lo trasferì nel porto di Savona.
Il Pontone GM 194
La nave fu messa nominalmente sotto il comando del ten. di vascello della Kriegsmarine Viebering ma l’equipaggio (130 uomini, nella regolamentare uniforme della Marina Nazionale Repubblicana)) era esclusivamente italiano. I tedeschi (50 uomini) fornivano solo l’armamento a due delle tre mitragliere da 20 mm. e la guardia ai cancelli.
Sulla fine di questo pontone è interessante quanto si legge alle pagine 649- 651 del I volume del libro “San Marco San Marco- Storia di una divisione” di P. Baldrati : il pomeriggio del 23 aprile del ‘45 il pontone, mentre l’equipaggio era a terra, stava per essere raggiunto dalle fiamme della nafta incendiata fuoriuscita da una vecchia nave che i tedeschi avevano fatto saltare per ostruire il porto. Se la grande quantità di esplosivo presente a bordo del G.M. 194 ( oltre 17000 kg.) fosse stata raggiunta dalle fiamme, la consegnante esplosione avrebbe provocato gravi danni al porto e agli edifici vicini. Visto il pericolo,  due membri dell’equipaggio, risalirono a bordo e autoaffondarono la nave evitando così il pericolo di un’esplosione devastante.(Vedi qui)
Un aerofono dell'artiglieria antiaerea italiana: praticamente
 un intensificatore di suoni,  una sorta di microfono direzionale che
 avrebbe dovuto permettere di individuare, tramite il rumore, 
la direzione di provenienza di aerei nemici.
 Gli inglesi usavano i radar…
 (da R.Aiolfi, N. De Marco, Bombe su Savona e 
provincia, Sabatelli, Sv. 2004)