venerdì 19 dicembre 2025

8 novembre 1975: l “ammutinamento” della fregata Storozhevoy

 



Quella notte che fece tremare il Politburo...


"Abbi fiducia nel fatto che la storia giudicherà 
gli eventi con onestà e non dovrai mai 
vergognarti per ciò che ha fatto tuo padre.
Non essere mai, per nessun motivo,
 una di quelle persone che criticano  
ma non mettono in pratica le proprie azioni"
(lettera di Valery Salbin al figlio)

"È un avvincente resoconto di un idealista disilluso
 costretto a fare la straziante scelta tra lavorare all'interno
 o distruggere il sistema che ha giurato di proteggere".


Leonello Oliveri
Proprietà Letteraria Riservata
Riproduzione Vietata

Per gli appassionati di storia marittima gli “ammutinamenti “ sulle navi sono un argomento che riveste molto interesse.

Tutti ricordano il famoso ammutinamento del Bounty del 1789, molti quello della corazzata

Valerij Michajlovič Sablin,
russa Potemkin del 1905, celebrato in un famoso film (che comunque qualcuno definì “una c*****a pazzesca”. 
Pochi forse ricordano uno di quelli più drammatici e sanguinosi, passato
alla storia come “il massacro di Beacomn Island”,
https://www.asha.org.au/pdf/australasian_historical_archaeology/22_04_Paterson.pdfche coinvolse nel 1628 il veliero Batavia della Compagnia delle Indie Orientali olandese.

In campo letterario forse qualcuno ricorda il romanzo (e film) “ L'ammutinamento del Caine” di Herman Wouk del 1951 e il più recente “La grande fuga dell'Ottobre Rosso” di Tom Clancy da cui è stato tratto un famoso film.

Ma quanti sanno che quest'ultima opera trae ispirazione (molto alla lontana!) da un fatto realmente accaduto, tenuto nascosto per molti anni: l'ammutinamento, tentato e in parte riuscito, attuato nel 1975 a bordo di una nave della Voenno-morskoj flot SSSR, la Marina da guerra sovietica: la fregata antisommergibile russa  Storozhevoy, ad opera di un ufficiale russo, zampolit, ovvero commissario politico (ma all'epoca si chiamano “Ufficiali politici”) sulla nave?

Vediamo i fatti.

Il 8 novembre 1975, Valerij Michajlovič Sablin, Zampolit, della freata “Storozhevoy, spalleggiato (più o meno consapevolmente) da parte dell'equipaggio e da alcuni ufficiali, più sorpresi che consapevoli, chiuse in una cabina il comandante Anatoly Putorny, si impadronì della nave, attraccata nel porto di Riga, capitale della Lettonia, allora parte dell'URSS, mollò gli ormeggi e la diresse verso il largo.

Era iniziato l'ammutinamento!

Andiamo con ordine, partendo dalla nave.

La Storozhevoy, (“Sentinella”) era una grossa fregata antisommergibile della Marina da Guerra Russa (anzi, Sovietica). Nuovissima (varata nel '73) 123 metri di lunghezza, 3500 tonn. di stazza, quattro turbine a gas che le fornivano una velocità di oltre 32 nodi, 200 uomini di equipaggio e soprattutto poderosamente armata: 4 lanciatori per missili superficie -superficie Silex, 2 lanciatori per missili AA Gecko con 40 missili, 2 impianti binati da 76 mm., 2 lanciarazzi multipli antisom. RBU 6000, 2 lanciasiluri da 533 mm. Insomma, non proprio una barchetta, ma un poderoso strumenti di guerra, per gli standard degli anni '70.

La nave

Questo per la nave.

E Sablin? Chi era?

Qui le cose si fanno difficili.

Innanzi tutto Sablin era uno zampolit, ovvero l'Ufficiale Politico della Nave. Era, potremmo dire, la versione “anni '60” del commissario politico dell'era della seconda guerra mondiale,

Sulla nave lo Zampolit era il terzo in comando dopo il comandante e il suo assistente senior (Starpom). Aveva, tuttavia, una catena di comando completamente separata all'interno della direzione politico-militare (GLAVPUR). I vecchi commissari politici provenivano direttamente dalla popolazione civile e quindi non si integravano bene con gli altri ufficiali di bordo. Lo Zampolit all'epoca (dubito che esistino ancora), veniva invece formato e reclutato tra quel personale delle forze armate che si dimostrasse promettente come attivista del Partito Comunista: in una scuola speciale a Kiev (all'epoca anche l'Ucraina faceva parte dell'URSS), il futuro ufficiale politico riceveva non solo riceve un'istruzione approfondita per la sua missione principale di educazione politica, ma veniva anche addestrato a svolgere la funzione militare nella sua futura unità.

A bordo la sua funzione era di ufficiale del personale e addetto alla “custodia” e verifica della giusta applicazione della dottrina comunista, ma anche al benessere e alla rapporti con l'equipaggio, oltre a sollevare gli altri ufficiali dalla maggior parte del carico di educazione politica. Una sorta di cinghia di trasmissione fra l'equipaggio e il Partito: lo Zampolit si trovava quindi nella preziosa posizione di essere l'unica persona a cui tutti i marinai erano incoraggiati a sottoporre i loro problemi di benessere, come un “difensore civico”, ma poteva comunque comandare la nave ed ottenere rispetto e ubbidienza dai marinai. Se sensibile ai loro problemi e non solo un "scribacchino di partito", un informatore o un custode della dottrina, era un ufficiale che poteva stabilire una sorta di rapporto personale e umano con i marinai.

Sablin era nato a Leningrado il 1 gennaio 1939, suo padre Mikhail Petrovich fu Vice Capo della Flotta del Nord, decorato con l’Ordine di Lenin e della Bandiera Rossa per il suo servizio prestato nella guerra contro la Germania, mentre il suo nonno materno, Fedor Savelievich Tyukin, rimase ucciso l’11 ottobre 1914 nell’affondamento dell’Incrociatore Corazzato Pallada, colato a picco al largo della Finlandia dal Sommergibile tedesco U-26.

Sablin raccolse il testimone ideale della sua famiglia, arruolandosi nella Marina Sovietica: “Nel 1956, all'età di 17 anni, entrò nella Scuola Navale Superiore Frunze di Leningrad (..). Era un ardente credente negli ideali comunisti e nei principi del leninismo (..) Fu uno dei primi della sua classe ad aderire al Partito Comunista (..)Nel 1963, mentre era in servizio a Murmansk , Sablin scrisse una lettera a Nikita Khrushchev , allora Primo Segretario del Partito Comunista, criticando la dirigenza del partito e sostenendo che "doveva liberarsi di adulatori e funzionari corrotti” (.) Durante il suo periodo all'Accademia politico-militare Lenin (1969-1973), Sablin divenne sempre più disilluso dal sistema sovietico: contrapponeva gli ideali del leninismo e della Rivoluzione d'Ottobre alla realtà dell'era Brenzev, che considerava caratterizzata da stagnazione , corruzione, ipocrisia e dal radicamento di un'élite privilegiata (la nomenklatura). Rimase un fervente sostenitore dei principi leninisti, sostenendo che il sistema era stato tradito dai suoi custodi (https://en.wikipedia.org/wiki/Valery_Sablin): insomma, un "patriota leninista" nell'era Breznev, una posizione tutt'altro che facile.

Questo il retroterra culturale, politico e umano alla base di ciò che fece il 7 novembre 1975 a bordo del Storozhevoy.

La nave

E arriviamo all'ammutinamento.

Cosa successe quel giorno quando una nave da guerra della flotta del Baltico lasciò gli ormeggi senza permesso e, sotto il comando dell'ufficiale politico che ne aveva preso il comando, si stava dirigendo verso una destinazione sconosciuta?
Ricostruiamo la vicenda tenendo presente in principal modo un lungo articolo di Michail Stavisky pubblicato sul magazine russo TopWar ( https://it.topwar.ru/272237-mjatezh-zampolita.html)

Quel giorno Sablin decise di mettere in atto quanto aveva meditato a lungo a bordo nelle notti di studio sui testi sacri del comunismo.

Convinto che il “socialismo reale” dell'era Breznev fosse una degenerazione del comunismo degli anni della rivoluzione, decise di impadronirsi della nave, dirottarla da Riga a Leningrado e da lì lanciare attraverso radio e tv ( che, forse ingenuamente, chiedeva e riteneva gli venissero forniti) un messaggio alla popolazione per rovesciare il dominio della "burocrazia stalinista privilegiata" e ripristinare un autentico regime di "democrazia sovietica leninista". Programma  forse un po' utopico..

La Storozhevoy avrebbe dovuto prendere parte alla parata per il 58esimo anniversario della Rivoluzione d' Ottobre. Pochi giorni prima aveva scaricato tute le munizioni delle sue armi perché avrebbe dovuto essere posta in bacino di carenaggio per revisioni. Il 5 novembre era a Riga.
Dopo la parata alcuni ufficiali e parte dell'equipaggio ottennero un permesso. Ciò facilitò l'azione di Sablin.
Mentre il capitano riposava nella sua cabina, Sablin bussò alla porta informandolo che un folto gruppo di marinai stava bevendo in un locale riservato. Il Capitano uscì per controllare. Non appena entrò nel locale, Sablin chiuse la porta alle sue spalle bloccandola con un lucchetto. Dopo, coadiuvato da un giovanissimo marinaio che aveva convinto a partecipare al suo progetto, radunò il personale nella sala mensa equipaggio per guardare un film (“La Corazzata Potiomkin”!) , mentre ufficiali e sottufficiali furono convocati nella loro sala mensa. Quello che successe lo raccontò Sablin stesso nel suo primo interrogatorio:

Ho parlato per pù di un'ora, il succo della mia conversazione è stato questo: Ho intenzione di apparire in tv con un'analisi critica di alcune questioni di politica interna del PCUS(..) ci mancano la libertà di parola e di stampa (..)Le relazioni sociali devono svilupparsi e migliorare. Dobbiamo eliminare la burocrazia e il divario tra i salari più alti e più bassi(..) Dobbiamo garantire che più operai e contadini vengano ammessi nel PCUS (..) Faremo rotta verso il Mar Baltico”. Da lì con una trasmissione radio avrebbe chiesto di “apparire in TV per 30 minuti al giorno fino al primo maggio 1976”: difficile dire se il piano fosse più ingenuo o più surreale.
La reazione degli ufficiali fu decisa, con ovvie accuse di avventurismo e di mettere in pericolo la vita dell'equipaggio e della nave. Quando Sablin chiese di votare con i pezzi degli scacchi (bianco “si”, nero “no”: la maggioranza si  rifiutò di sostenere il piano di Sablin. Allora Sablin e il marinaio che lo appoggiava, puntando le pistole contro i dissidenti li rinchiusero nel locale sonar. Gli altri marinai non osarono obiettare a quello che era pur sempre l' "Ufficiale Politico” della nave, ovvero la cinghia di trasmissione del partito (e del KGB?). Come poteva andare contro il Partito?

Un tentativo da parte di alcuni marinai di liberare il comandante fu bloccato da quattro giovani sostenitori di Sablin.

In serata Sablin radunò tutto l'equipaggio e gli ufficiali ancora all'oscuro di quanto stava succedendo, annunciò che la nave sarebbe partita per Kronstad, che il comandante stava riposando e che avrebbe presto ripreso il comando. “Per ottenere il sostegno dei marinai più autorevoli, i godki (noi diremmo i “nonni” ), Sablin promise loro il congedo non appena arrivati a destinazione”.

I luoghi (da G. D. Young, Mutiny on Storozhevoy:
A Case Study of Dissent in the Soviet Navy, cit.)



A questo punto alcuni ufficiali, resisi conto della situazione, scesero in armeria, si armarono e inviarono uno di loro a dare l'allarme in porto. Costui si calò in mare lungo la cima d'ormeggio e si precipitò al quartier generale della 78esima Brigata. Di lì l'allarme incredibile (un ammutinamento su una nave da guerra 70 anni dopo quello della Potiomkin!) risalì faticosamente tutti i gradini della scala gerarchica finché arrivò a Mosca al Ministro della Difesa Grechko. La reazione fu immediata: fermare la nave con qualsiasi mezzo! (si pensava che  Sablin volesse defezionare e portare la nave in Svezia).
La rotta della nave (da G.D.Young, cit.)


Alle due del mattino la Storozhevoy lasciò il porto dirigendosi verso il golfo di Riga. A bordo arrivò un telegramma con l'ingiunzione di riportare subito la nave a Riga. Sablin capì che il suo piano era stato scoperto.

La caccia

Intanto era iniziata la caccia al Storozhevoy: navi lanciamissili della 109esima div., navi antisommergibili della 106°div., navi della Guardia Frontiera della 4a Brigata si lanciarono confusamente all'inseguimento della nave ribelle.
A bordo della Storozhevoy Sablin iniziò la seconda parte del suo ingenuo programma: inviò un lungo messaggio in codice al Comandante in Capo della Marina con una serie di richieste palesamente fuori dalla realtà. Intanto dichiarava che “il territorio della nave è un territorio libero e indipendente dagli organi del partito fino al 1° maggio '76”, poi richiedeva l'accesso a radio e Tv per 30 minuti al giorno, fornire provviste e consegna della posta, immunità per il personale della nave e familiari. Quindi l'affermazione più importante: “La nostra azione è di natura puramente politica e non ha nulla a che fare col tradimento della Patria. Siamo pronti a essere in prima linea nella difesa della Patria in caso di azione militare”. Infine una sorta di ultimatum: se entro sei ore i “membri del comitato rivoluzionario” (così si definirono: ma erano due, lui e un giovane marianio di 20 anni) non avessero ottenuto una risposta “ogni responsabilità delle conseguenze ricaderà sul Politburo del Comitato Centrale del PCUS e su Breznev personalmente”.
La risposta del Comandante in capo della Marina fu (e non poteva che essere) una sola: tornate indietro o sarete attaccati.
La nave (da G.D.Young, cit.)

A questo punto Sablin ordinò di trasmettere il suo appello radio non più cifrato ma in chiaro, cosicché potesse essere sentito da tutti (o quantomeno fuori dell'ambito strettamente militare). Ma il messaggio fu trasmesso sul canale cifrato e non venne divulgato.
Intanto la nave continuava la sua rotta ignorando gli ordini e avvicinandosi alle acque territoriali svedesi.

L'attacco

Iniziò l'inseguimento della nave ribelle e alle navi si unirono gli aerei..
Alle tre del mattino del 9 fu messo in stato di allerta il 668° Reggimento Aviazione Bombardieri (BAR) della 132a Divisione Aviazione Bombardieri (BAD) della 15a Armata Aerea (VA), dotati del Yak 28, un versatile, anche se un po' obsoleto (primo volo nel '58, in servizio fino ai primi anni '80) bombardiere turbogetto.
Yak 28

Prima furono inviati due aerei in ricognizione per rintracciare la nave, e alle 6 del mattino fu diramato l'ordine di decollo a tre squadroni di bombardieri (18 aerei), armati di bombe da 250 kg. .

L'ordine, all'inizio piuttosto piuttosto generico, era di rintracciare “ una nave da guerra straniera che si era introdotta nelle acque territoriali sovietiche”. Gli aerei dovevano “essere pronti a lanciare un attacco aereo contro la nave con l'obiettivo di distruggerla” . Era quindi preventivata la possibilità di dover attaccare la nave.

Il loro decollo su allarme fu un po' tumultuoso. Il risultato fu, come ricorda il generale Tsymbalov , allora vice capo di stato maggiore del 668° Rgt. (https://nvo.ng.ru/history/2004-08-20/6_bunt.html), che gli aerei si avvicinarono alla zona di attacco “in una formazione mista, volando su due scaglioni con un intervallo di un minuto tra ciascuno. Questo divenne di fatto uno stormo, non controllato dai comandanti di squadriglia in volo, e un bersaglio ideale per i due sistemi SAM della nave con un ciclo di fuoco di 40 secondi. È altamente probabile che se la nave avesse effettivamente respinto questo attacco aereo, tutti i 18 aerei in questa "formazione di battaglia" sarebbero stati abbattuti.”

Fuoco amico

Rintracciare la Storozhevoy. si rilvelò un compito difficile: nella zona prevista fu avvistata una nave: vennero sganciate alcune bombe davanti alla prua, per fortuna senza colpirla: infatti si trattava di una nave cargo sovietica partita dal porto di Ventspils solo poche ore prima: sotto attacco la nave iniziò a inviare un segnale di soccorso via radiotelegrafo e radiotelefono “siamo sotto attacco di banditi nelle acque territoriali sovietiche”!

Nel frattempo la Storozhevoy si stava pericolosamente avvicinando alle acque territoriali svedesi. Le autorità sovietiche, che sulle reali intenzioni di Sablin non avevano le idee chiare, temettero di trovarsi di fronte ad un tentativo di diserzione con conseguente consegna della nave alle autorità svedesi. Fu quindi diramato l'ordine di affondarla ad ogni costo.

Successe un altro incidente, a prova dell'estremo stato di tensione dei piloti attaccanti. Un aereo avvistò una nave da guerra e la attaccò: solo che si trattava di una nave della Guardia di Frontiera sovietica che stava inseguendo la Storozhevoy. La nave evitò le bombe ma rispose al fuoco con tutte le sue mitragliatrici antiaeree: “ La nave sparò molto, (ricorda il generale) ma mancò il bersaglio, e questo è comprensibile. Le guardie di frontiera non avevano quasi mai sparato contro un aereo "vivo", abilmente manovrato”.

Finalmente fu avvistata la nave giusta, subito attaccata: “ La prima bomba della serie colpì direttamente il centro del cassero di poppa della nave, distruggendo la copertura del ponte al momento dell'esplosione e bloccando il timone della nave nella posizione in cui si trovava. Le altre bombe della serie caddero leggermente angolate rispetto all'asse della nave e non causarono danni. La nave iniziò a ruotare violentemente e andò in stallo”.

La Fine

Nel frattempo la situazione a bordo della Storozhevoy. era radicalmente cambiata. Compreso finalmente con esattezza costa stava succedendo, era iniziata la reazione dell'equipaggio rimasto fedele: un gruppo di marinai e ufficiali riuscì a liberare il comandante che, uscito armato sul ponte, sparò a Sablin ferendolo ad una gamba.


Alle 1030 la nave si fermò, fu issata la bandiera nazionale e il comandante poté riferire al posto di comando della Flotta del Baltico: “Nave ferma. Ho preso il controllo della situazione. In attesa di istruzioni dal comandante della flotta”.

L'attacco fu fermato.
L'ammutinamento era finito.

Il resto fu routine: i due principali (e forse unici) protagonisti di questo anomalo ammutinamento furono processati per altro tradimento. Sablin contestò l'accusa di tradimento: non voleva disertare, né consegnare la nave a paesi stranieri, né rivelare segreti di stato. Ma fu inutile: fu condannato a morte e fucilato il 3 agosto 1976. Il giovanissimo marinaio che lo aveva appoggiato,  forse più per ingenuità che per matura consapevolezza,  fu condannato a 5 anni più tre di confino, l'equipaggio fu sparpagliato fra altre unità della flotta, qualcuno mandato in pensionamento, qualcuno congedato. La nave restò in servizio fino agli anni '90 finendo poi demolita in India.
Sull'ammutinamento dello Storozhevoy scese il silenzio.

Perché venisse reso noto e ricordato il generoso, ma velleitario e ingenuo, tentativo di Sablin, “il folle che non desiderava altro che cambiare le cose in meglio, pagandone il prezzo.” (https://archive.org/details/youtube-LMCaQtZ-1Yc) ,. di far ritornare il comunismo sovietico agli slanci del '17 bisognerà attendere i primi anni '90 .

Nel 1994, il Collegio Militare della Corte Suprema della Federazione Russa ha riesaminato le sentenze per una riabilitazione postuma: fu però una riabilitazione solo parziale: anziché scagionare completamente lui e il marinaio (che a quel tempo aveva scontato la sua pena) cadde solo l'accusa di tradimento, rimasero le altre.

********************

Prima di chiudere queste pagine ci sembra utile presentare tre drammatici documenti

prima di lasciare Riga per il suo ultimo viaggio Sablin lasciò una lettera alla moglie:

"Perché lo faccio? Per amore della vita. Non intendo quella del borghese agiato, ma di una vita luminosa e sincera che ispiri una gioia autentica in tutte le persone oneste. Sono convinto che nella nostra nazione, proprio come '58 anni fa, nel 1917, si accenderà una coscienza rivoluzionaria e realizzeremo il comunismo nella nostra società."

l'ultima lettera di Valery Salbin al figlio prima della sua esecuzione
"Abbi fiducia nel fatto che la storia giudicherà gli eventi con onestà e non dovrai mai vergognarti per ciò che ha fatto tuo padre. Non essere mai, per nessun motivo, una di quelle persone che criticano ma non mettono in pratica le proprie azioni. Queste persone sono ipocrite: deboli, inutili, incapaci di conciliare le proprie convinzioni con le proprie azioni. Ti auguro coraggio, mia caro. Sii forte nella convinzione che la vita è meravigliosa. Sii positivo e credi che la Rivoluzione vincerà sempre." 

E poi un documento impressionante: la trascrizione del messaggio radio che Sablin avrebbe voluto lanciare ai russi dalla nave: non fu mai trasmesso, ma potete sentirlo dalla voce di Sablin qui:

l nostro discorso è solo un piccolo impulso, che deve diventare il lancio di una corsa più grande. Compagni, ascoltate il testo del nostro discorso che ci stiamo preparando a trasmettere in radio e televisione. Mi rivolgo a tutti coloro che hanno a cuore il passato rivoluzionario della nostra patria. A chi valuta il presente con spirito critico non cinico e scettico. A chi pensa al futuro del nostro popolo. Prima di tutto, grazie mille per il sostegno! Altrimenti non sarei con voi. La nostra azione non è un tradimento della Patria, ma una chiara azione politica progressista. E traditori della Patria saranno quelli che ci ostacoleranno”.

****************
Per saperne di più 


Mutiny on Storozhevoy: A Case Study of Dissent in the Soviet Navy,  Gregory D. Young lieutenant, United States Navy, March 1982
 (https://archive.org/details/mutinyonstorozhe00youn). Questo libro è particolarmente interessante. In realtà si tratta di una tesi (Master of arts in national security affairs) discussa in USA nel marzo del '82 (quando in Occidente sull'accaduto si disponeva solo di informazioni frammentarie) presso la Naval Postgraduate School di Monterey, California dall'allora lieutenant Gregory D. Young.
Young è convinto che che "l'ammutinamento a bordo dello Storozhevoy non fu una rivolta spontanea, ma una cospirazione ben congegnata"( Enough evidence has been put forth to show that the mutiny aboard the Storozhevoy was not a spontaneous uprising but a well thought-out conspiracy) facilitata dal fatto, scrive (p. 78), che "la sottomissione passiva a qualsiasi autorità è innata nella popolazione russa da secoli".
Nella sua opera (probabilmente la prima apparsa in Occidente), condizionata anche dalla frammentarietà delle informazioni disponibili e dal clima di guerra fredda allora esistente (l'URSS era “il nemico"), Young indaga, in un ottica "statunitense", soprattutto quanto i fattori umani possano aver influito sui fatti, descrivendo quella che lui definisce (p.74) come "prolonged frustration of military life" prolungata frustrazione della vita militare": condizioni di vita a bordo, prolungati periodi di leva, problemi etnici (nazionalismo lettone), cibo scadente.
 Poi nonnismo, alcolismo, un po' di hashish, perfino una "diffusione significamente allarmante" del suicidio, tale da poter essere considerato "the most drastic responses to the prolonged frustration of military life".
In particolare su questi argomenti sembra indulgere con una certa inistenza, forse in un clima di guerra fredda (e dimenticando quanto succedeva ed era successo coi reduci del Vietnam).
Ad un certo punto Young scriveva (p.73): "La maggior parte degli ufficiali decide di rimanere in Marina perché percepisce di trovarsi in una situazione migliore rispetto alla maggior parte dei civili sovietici. Questo non è tuttavia un indicatore che siano soddisfatti della società sovietica e non parteciperebbero a un ammutinamento".
Tutti elementi che, nell'opera, potrebbero essere considerati come potenziali concause dell'ammutinamento, interpretato comunque come dimostrazione di insoddisfazione in generale nei confronti del governo sovietico e della vita sotto il suo regime totalitario.
Interpretazione, questa, a mio avviso, non corrispondente alle intenzioni di Sablin, che non lottava contro il regime sovietico per un anelito di libertà, ma all'opposto per riportarlo (dal suo punto di vista) alla “purezza” originaria.
Ma questo fraintendimento (a mio avviso) di prospettiva nel lieutenant, United States Navys può derivare dalle frammentarie informazioni disponibili sull'accaduto all'epoca (nel 2008 uscirà una nuova edizione dell'opera che non ho potuto leggere ) e dalle tendenza a cercare in ogni avvenimento interno all'URSS testimonianze o prove di un dissenso serpeggiante: Sablin avrebbe navigato verso l'isola svedese di Gotland per chiedere asilo politico, gli svedesi avrebbero registrato "conversazioni molto tempestose" che rivelerebbero una riluttanza dei piloti a bombardare i loro compagni di marina etc.
E non rispondente alle intenzioni di Sablin ci pare la considerazione finale (p. 101) : “L' unico uso che gli ammutinati intendevano fare della nave era quello di usarla come mezzo di emigrazione illegale. Arrivare agli estremi di un atto così disperato, rischiando le conseguenze estreme, doveva essere la prova di almeno un certo fallimento della società comunista sovietica”: fallimento si, ma forse non nel senso che intendeva Young.

Si ha l'impressione che nella sua tesi del 1982 (non abbiamo potuto leggere il secondo libro del 2008) Young habbia "sopravvalutato" l'ammutinamento di Sablin rivestendolo di un significato di "dissenso" nei contronti dell'URSS.: Sablin era un patriota che amava la Russia, non  un "dissidente" nel senso che gli  diamo noi oggi. 



Gregory Young, Nate Braden, The Last Sentry: The True Story that Inspired The Hunt for Red October, 2008

Michail Stavitsky, La ribellione dell'ufficiale politico (https://it.topwar.ru/272237-mjatezh-zampolita.html)

Vladimir Shigin "Lo 'Storozhevoj' ribelle"

gen. A. G. Tsymbalo, Ammutinamento armato nella flotta del Baltico,

 Michael Fredholm The Hunt for the Storozhevoy: The 1975 Soviet Navy Mutiny in the Baltic:, 2022


David Hagberg Boris Gindin, Mutiny



Leonello Oliveri
Proprietà Letteraria Riservata
Riproduzione Vietata